Su “Il negozio delle lacrime usate”

ocram

venerdì 8 novembre 2013

Sergio Maria SERRAIOTTO

     “IL NEGOZIO DELLE LACRIME USATE”
Dopo. Per una serie di motivi che cercheremo di illustrare nel corso di questa recensione la parola che meglio ci sembra identificare questa raccolta di Sergio Maria Serraiotto è, appunto, l’avverbio “dopo”. E in tal senso potremmo iniziare già dal titolo, in cui l’aggettivo “usate” rappresenta di per sé qualcosa che ha già assolto la sua funzione, almeno una prima volta, che è già stato utilizzato, impiegato, e che può quindi già venir identificato, valutato a posteriori, appunto “dopo”. Ma possono essere le lacrime, per chi le vede sgorgare, vuoi per gioia, vuoi per tristezza, “usate”, oppure possiedono, per la loro stessa natura il carattere sempre dirompente della novità assoluta? E’ una questione che può venir dibattuta e che probabilmente non possiede una risposta univoca, assoluta. L’autore ci sembrerebbe suggerire, appunto già dal titolo, che la caratteristica di novità risiede solo ed esclusivamente in chi le lacrime le vede sgorgare relativamente alla sua precipua, individuale esperienza, ma che a un livello più esteso di esperienza umana intesa come “storia dell’umanità” rappresentano un’esperienza tragicamente e inevitabilmente comune, antica, appunto “usata”. Perché, lo si voglia o meno, questo è il destino dell’essere umano, di ogni essere umano.
Un altro concetto che permea l’intera raccolta e che, a nostro modo di vedere, può venir ascritto all’ambito semantico del “dopo” è il concetto di “illusione”. A rifletterci sopra il termine “illusione” potrebbe, o addirittura dovrebbe, dal punto di vista logico, razionale, non esistere affatto. Ciò che “dopo” viene visto come un’illusione nel momento in cui era vissuto come speranza, prospettiva, auspicio, di certo non era “illusione”, mentre una volta che a posteriori, appunto “dopo”, se ne sia vista l’insussistenza, l’inefficacia, “illusione” non è più. Ma tutto ciò, ancora una volta, “dopo”. L’autore ci suggerisce infatti che “D’amore si scrive giusto quando è finito” (“In bilico”).
L’illusione può venir quindi definita, intuita solo a posteriori, e può esser riconosciuta esclusivamente attraverso il suo opposto, attraverso ciò che non è, attraverso la delusione, la disillusione, attraverso lo scacco rispetto alle aspettative che comportava. Ma la disillusione, la delusione, quelle sì, invece, hanno delle connotazioni specifiche reali, sin troppo reali, concrete, definite.
E a tale proposito possiamo affermare che l’autore faccia buon uso di una scrittura “ironica”, laddove per ironia intendiamo un processo di “dissimulazione”, in cui diciamo una determinata cosa affermandone apparentemente un’altra. Postuliamo quindi l’esistenza di una determinata cosa attraverso il suo contrario, denominiamo l’illusione, la sua esistenza, esclusivamente attraverso le sue conseguenze, attraverso ciò che di negativo ha comportato. Perché, evidentemente, se il processo ha avuto esito positivo, ancora una volta di illusione non si può parlare.
Non a caso, a ribadire quanto affermato ora, l’autore intitola una sua poesia “Ossimoro”, sottolineando ancora una volta come sia possibile la definizione, l’identificazione di un determinato concetto attraverso qualcosa che sia rispetto a questo diametralmente opposto.
Nonostante, o proprio grazie all’esperienza del “dopo”, tuttavia, il poeta ci suggerisce che vale la pena di immergersi nel flusso dell’esistenza, di lasciarsi andare all’ebbrezza di un’esperienza che forse in seguito verrà identificata come un’illusione “… questo periodo di fantasie infelici merita memoria” (“Traunannofa”). A tale riguardo gli esempi all’interno della raccolta sono comunque molteplici.
Quanto appena detto ci introduce a un altro elemento che, a nostro avviso, pervade la raccolta. Si è parlato di senso del “dopo”, il che presuppone evidentemente una concezione di tempo lineare. Va altresì detto che in tutta la silloge pare di individuare anche una concezione temporale di tipo circolare, quanto meno per ciò che riguarda l’autore (mentre per i vari soggetti dei singoli componimenti decisamente no), che in questo senso sembra parificabile a una figura quasi divina, che tutto ha visto, tutto ha vissuto, tutto sa. Basti a tale proposito il titolo della già citata poesia “Traunannofa”, in cui c’è la compressione, la compresenza di tutte le possibilità temporali in un istante vissuto come una visione onirica, un’epifania rivelatrice di verità razionalmente non attingibili. E sempre in “Traunannofa”, laddove poi si prevede la presenza, o quanto meno la ricerca di un possibile interlocutore, viene ribadita la compresenza, la simultaneità delle varie possibilità temporali:
Ora di te vorrei sapere,
conoscere il capitolo successivo
perché il tuo passato diventerà il mio futuro
Sempre a tale proposito, quindi, nella poesia “Luce”, possiamo leggere:
quanti sentieri contromano
ancora dovrai percorrere
per capire che la luce
è alle tue spalle?
Viene quindi ribadita, vista dall’ottica del poeta, la circolarità del tempo, in cui la luce, la guida, la stella polare, in sintesi il futuro, paradossalmente ma non troppo, si trovano alle proprie spalle, in una dimensione passata.
La poesia “Luce” ci richiama poi un’altra tematica che a nostro parere pervade la raccolta e a cui si è poco sopra accennato, ed è quella della rinuncia ad opporsi agli eventi della vita, alla scelta di accettare il flusso vitale, apparentemente incomprensibile, oscuro, insensato. Leggiamo infatti:
Non spargere sale,
 i desideri non sbocciano
e le ferite bruciano 
senza guarire.
Basterebbe “affidarsi alle parole/ come l’aquilone s’affida al vento e vola” senza accanirsi su questioni ufficialmente “di principio”, che invece di fatto prima o poi dimostreranno la loro effettiva, sostanziale vacuità:
Sarebbe bastato non inciampare ancora 
scivolando su tutte le virgole delle discussioni,
….
Le possibili interpretazioni lasciano il vuoto,
E chi impiega la propria esistenza a rimpiangere cose non fatte, parole non dette viene apparentato, assimilato a una sorta di fantoccio, di pupazzo inanimato abitante un mondo altrettanto privo di vita, artificiale, fittizio:
Giri di notte con tasche piene di tempo,
coriandoli di latta imperlano il buio
e le dita, come rami ritagliati nella carta,
 si alzano al cielo per contarli.
Cos’è quel sospiro cuore di stoppa?
Non perderti ancora a vestire d’ombre
i vecchi rimpianti…
(“Cuore di stoppa”)
Sempre nella stessa poesia, poche righe più avanti, viene ulteriormente ribadita la necessità di non opporsi agli eventi: “Basti alla tua anima il solo vagare migrante.” E quindi nella poesia “Metamorfosi”, il cui titolo già può far intuire il significato del componimento stesso, il poeta afferma:
Impotente cedo a questa metamorfosi
già sazio di staticità e muto
da crisalide a farfalla ritrovandomi con un
cuore alato…
E il tema della metamorfosi ci introduce a un altro elemento caratterizzante la raccolta, che potremmo definire “elemento magico”. Nella già citata poesia “Luce” si potevano intuire le sembianze di un possibile rituale scaramantico/magico:
Non spargere sale,
i desideri non sbocciano
e le ferite bruciano
senza guarire.
Mentre in “Ruggine” il poeta, con gesto non del tutto dissimile afferma:
Sparsi al vento le mie parole per
farle dimenticare e un carosello di foglie
appassite le prese barattandole con
immaginazioni arruffate e lentiggini.
Viene ribadito l’atto dello spargere qualcosa per ottenere un qualche beneficio ovvero per scongiurare un possibile maleficio anche in “Equilibrio flessibile”:
Con pazienza raccattare i cocci delle malinconie e 
mescolarli agli inganni dell’immaginazione
spargendoli poi nell’aria al primo accenno
salmastro di maestrale, e tornare così, l’uno all’altra
nel flessibile equilibrio dell’amore.
Persino Dio viene rappresentato con sembianze non dissimili da quelle di un ineffabile mago, di un enigmatico prestigiatore, di un inafferrabile ed elusivo stregone:
Dio? Certo che c’era?
rideva sotto il suo cappello a cilindro
senza afferrare la mia mao tesa
quando la botola dei tuoi no s’apri.
Numerose e di grande interesse sono quindi le tematiche, le questioni che vengono trattate o suggerite nelle raccolta “Il negozio delle lacrime usate”, tematiche e questioni a cui l’autore, saggiamente, non fornisce alcuna facile risposta, ma che lascia aperte alla libera interpretazione del singolo lettore. Di certo non vengono proposte scorciatoie, suggeriti percorsi facilitati per quella che alla fin fine è la domanda cardine dell’intera esistenza umana, che è, appunto la ricerca di un possibile significato della stessa. Ci vengono tuttavia, a nostro modo di vedere, indicate delle opzioni che sembrerebbero fuorviare, allontanare da una fruizione serena dell’esistenza stessa nelle sue varie eventualità e sfaccettature. Sempre a nostro modo d’intendere il “messaggio” che possiamo ricavare dalla lettura di questo libro è appunto quello di non opporsi al flusso della vita e di, paradossalmente, “cedere” al fascino delle “illusioni”, anche qualora se ne sia ripetutamente verificata l’effettiva insussistenza, il possibile, preventivabile scacco finale. E in tal senso benvenuti siano gli inganni:
… Ci 
sarà poi il momento in cui cadrai tra le mie braccia,
allora rimarrai ancora tra i miei inganni
a ballare con il nulla dei sogni nelle orecchie.
L’illusione ottica di un amore basterà a compensare
le vertigini del sole vergine di domani.
(“Inganni”)
Eppure non perdere mai le illusioni,
cerca ancora miraggi nei sogni
nonostante le grandinate della vita
perché cent’anni di bufere a reggere vele e timone
danno esperienza e insegnano inganni
tu usali come moneta di scambio
per ingannare il destino
 e carpirgli attimi di beatitudine altrimenti negati.
(“Il negozio delle lacrime usate”)

 

L’inganno consiste forse nell’aver “ingoiato una stella” (“Buona sorte”) che si rivelerà in seguito illusoria, deludente, ma tutto ciò, sembra suggerirci il poeta, è un problema relativo, trascurabile rispetto alla capacità di accettare, di vivere l’intera esistenza in tutte le sue possibilità, con tutto ciò che questa presuppone, a cominciare dall’inevitabilità del dolore, condizione in cui il protagonista della poesia “Trame infeltrite” si troverà comunque, leggero, leggiadro, a “danzare sulla punta della tua lingua”.
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