LA PRIGIONE DOLCE – secondo ebook Samuele Editore

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LA PRIGIONE DOLCE, VIAGGIO IN MONASTERO

di Arkadij Scestlivzev




Il viaggio in un monastero ortodosso diventa occasione per scoprire una spiritualità forte, umile, intensa. Un volume per trovare le ragioni di una fede, un differente punto di vista rispetto alla vita, un’estasi spirituale  che non si contrappone al mondo ma ne scopre il suo significato più arcaico, più vicino alla presenza concreta del suo Creatore.




ebook (epub format)

prezzo al pubblico 5 euro

Per acquistarlo store.samueleeditore.it






Un capitolo del libro


Insomma, erano già cinque anni che era diventata ortodossa. Perché poi lo fosse diventata era una domanda la cui risposta era da un lato di una semplicità ai limiti della banalità e dall’altro di una incomprensibilità (per lei stessa almeno) insuperabile. Italiana aveva avuto come la maggior parte dei suoi connazionali un’educazione cattolica. Ma dalla Chiesa si era allontanata appena aveva avuto la facoltà di prendere da sé le sue decisioni, cioè a quindici anni (e qui un evviva alla democrazia emancipatrice europea). A scuola si professava una materialista convinta (!). Ricordava ancora bene il suo primo innamoramento filosofico: Protagora L’uomo è misura di tutte le cose. Aveva persino trascorso un’estate seria e produttiva a studiare il Capitale di Carlo Marx! Poi il tempo era andato avanti, tutto aveva cominciato a confondersi, la vita aveva smesso di avere la limpida purezza e squadrata rigidità adamantina che lei credeva dovesse avere e per dirla in poche parole tutto si era svolto secondo una catena di circostanze (fortuite?) indipendenti dalla sua volontà, ma che avevano fatto sì che ella diventasse ortodossa. Una storia semplice, fatta d’incontri che non vale neppure la pena di raccontare, anche perché la vera e propria storia era cominciata dopo. Altra domanda era poi perché questa storia semplice fosse capitata proprio a lei.

Poi ella ebbe anche la fortuna di ricevere una risposta. Un sacerdote le disse «tu eri ortodossa fin dall’inizio». Queste parole la toccarono ma le diedero anche materia per riflessioni forse anche lusinghiere, ma inquietanti.

«Ed è per questo che continuo a sostenere che la questione è incomprensibile!» – Affermava con decisione nei suoi pensieri e intanto faceva calare il pugno sul tavolo a cui era seduta a scrivere – «Perché Dio avrebbe voluto fare di me un’ortodossa? E chi è un’ortodossa? Mi dico: come minimo una credente in Lui. Quindi una che parla con Lui, che Lo conosce almeno un po’, che ha fiducia in Lui, che Lo ama. O che almeno gli vuole un po’ di bene. Fin dall’inizio. Bel paradosso: Lui lo sapeva, Lui lo sa tutt’ora, e io no! Lui mi conosce ed io no. C’è quindi un piano, un progetto su di me che Egli ha fatto. Ed io non lo sto adempiendo questo compito. O forse si, ma male?»

Insomma, si stava tormentando alla maniera logico-europea.

Aveva letto in un commento all’Apocalisse che Dio alla fine dei tempi darà a ogni uomo una pietra e su questa pietra l’uomo vedrà (finalmente) scritto il suo vero nome. Il suo autentico volto, il compito che nella vita avrebbe dovuto intraprendere. E portare a termine. E così quell’uomo verrà a sapere se la sua vita avrà avuto un senso.

«E io deduco che se sono ortodossa vuol dire che ho un compito!» – continuava le sue deduzioni analitico-filologico-strutturali – «Il compito è diventare quello che ero fin dall’inizio e che non sapevo di essere. Ma come? È assurdo: tu sei ortodossa fin dall’inizio. Ma io non mi sento così neppure adesso!»

Atteniamoci alla narrazione dei fatti. All’inizio era stato abbastanza difficile anche senza complicazioni spirituali. Il russo lo conosceva (vedi curriculum per chi fosse interessato) ma non certo lo slavonico liturgico! E poi i riti sconosciuti. E i sacerdoti. Con quella lunga barba. Così diversi, a dire la verità, da quelli del suo bel paese. Gli occhi, soprattutto, così buoni e insieme così inflessibili. La vergogna della Confessione. Il Vangelo poi lo aveva letto, come tutti, ma non è che ci si fosse mai soffermata in modo particolare… Poi i digiuni, le feste, la Liturgia…

I suoi tentativi di approccio alla religione fino al momento da cui parte il nostro racconto avevano avuto un carattere comico (o a dir meglio dire tragicomico). Di norma succedeva così: dopo giorni, settimane e a volte mesi di totale immersione nella vita attiva si rendeva improvvisamente conto che qualcosa non andava.

«Non c’é pace in me» – diceva – «tutto intorno va sempre peggio, proprio non mi riesce di essere felice (!). E ho di nuovo dimenticato Dio».

Bene. Cominciava a guardare dentro se stessa, si analizzava, piangeva (era anche lei una donna, non solo una ex-materialista!), andava in crisi e a un certo punto arrivava a questa deduzione non si può andare avanti così!

Bisognava cambiare qualcosa. E questo era il primo pensiero funesto.








saradippolito

Arkadij Scestlivzev ha 33 anni. È nata a Roma e ha vissuto in diverse città italiane, poi per tre anni a Mosca e attualmente a Napoli. Dopo aver frequentato la facoltà di Filosofia a Roma ha lavorato per più di dieci anni in teatro (nella compagnia del Teatro di Kostja Treplev) prima come attrice poi come regista e pedagoga. Parallelamente ha iniziato a lavorare come traduttrice letteraria dal russo. Nel 2011 ha pubblicato la sua prima opera come autrice, il romanzo epistolare Nelle contrade della nebbia e della polvere con le Edizioni Memori di Roma. Come traduttrice ha tradotto testi letterari di Blochin, Fudel, Beliaev, Nemirovic-Dancenko e ancora dallo slavo ecclesiastico i libri sapienziali della Bibbia (Giobbe, Cantico dei Cantici, Ecclesiaste, Salmi) e alcune preghiere e canoni dell’officio liturgico ortodosso. Arkadij Scestlivzev (letteralmente Arcadio Felice) è un personaggio della Foresta del drammaturgo Ostrovskij, un attore comico che viaggia rocambolescamente a piedi da un’estremità della Russia all’altra alla perpetua ricerca di un teatro, sempre con lo stesso costume addosso e un inesauribile buonumore nel cuore.










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