I PENDOLARI DELLA VALIGIA – INDICE

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Una valigia, tante valigie: nuove e vecchie migrazioni

C’è un nuovo e diverso interesse, anche in Friuli Venezia Giulia, verso quella parte di storia di popolo che fa riferimento all’emigrazione o meglio alle vicende migratorie generalmente intese. Questo nuovo interesse nasce e si consolida quando l’emigrazione tradizionale, o quella che potremmo definire classica, termina e il Friuli, come altre regioni d’Italia, ma pure d’Europa, da tradizionale paese migrante diventa esso stesso meta dei nuovi migranti che in numero sempre maggiore si affacciano all’Europa in cerca di una opportunità di vita e di realizzazione del proprio progetto esistenziale. A partire dalla metà degli anni Settanta del secolo scorso va registrato pure in Friuli un saldo sociale non più negativo anche se quello globale, condizionato da dinamiche demografiche recessive, si conferma negativo.
è utile per comprendere meglio il complesso fenomeno dell’emigrazione focalizzare alcune questioni in quanto in questo ultimo periodo se da un lato si cerca di consolidare, anche con nuovi strumenti d’indagine e di archiviazione – mi riferisco in particolare all’esemplare esperienza di AMMER, Archivio Multimediale della Memoria dell’Emigrazione Regionale, un archivio digitale che raccoglie fotografie, documenti cartacei e interviste registrate ai protagonisti dell’emigrazione del Friuli Venezia Giulia –  le conoscenze sull’emigrazione storica friulana che dalla fine dell’Ottocento ha portato in tutti i Paesi del mondo la popolazione di un intero altro Friuli, dall’altro si cerca di leggere in maniera diversa quell’esperienza alla luce dell’apporto metodologico che le nuove scienze sociali hanno contribuito a fornire ai ricercatori e agli studiosi. Basti pensare al contributo dell’antropologia, della sociologia, della psicologia, ma pure della geografia e della storia. Inoltre va aggiunto che l’interesse si è spostato da una mera elencazione di numeri, luoghi e professioni alle storie di vita, alle biografie e autobiografie, come in questo caso, e attraverso queste ai complessi meccanismi motivazionali dell’emigrazione e al mondo di conoscenze che l’esperienza migratoria porta con sé. Attraverso chi è tornato, chi è rimasto, chi è ritornato per poi ripartire si sta ricostruendo un mosaico che racconta non solo i luoghi dell’emigrazione, ma pure le complesse vicende di un Friuli cambiato nel tempo non solo nel suo aspetto esteriore ma nella profondità della sua struttura sociale e dei rapporti e legami che una società in continuo movimento mette in essere.
A rendere più complesso questo quadro, in particolare per il Friuli, vanno considerati due fattori determinanti: il terremoto del 1976 con l’accelerazione traumatica del passaggio da una civiltà rurale ad una modernità non ancora interiorizzata, e le nuove correnti migratorie che hanno portato e che continuano a portare in terra friulana significative comunità di nuove popolazioni in un susseguirsi di provenienze geografiche che le stratificano anche temporalmente. Dapprima i marocchini – chi non ricorda i girovaghi “fûr i bês”– poi, a seguito della guerra nella ex Iugoslavia, croati, serbi, bosniaci, e poi ancora gli albanesi, e poi i rumeni, e le badanti ucraine e moldave; e ancora alcune comunità territorialmente ben identificate quali i ghanesi e i tuareg a Pordenone, che tra l’altro conosceva già la presenza degli statunitensi a seguito della Base Usaf di Aviano. Un nuovo Friuli che da “emigrante” diventa “immigrante” con una presenza straniera residente e soggiornante pari al 8,5% della popolazione totale della regione. Inoltre oggi siamo di fronte anche alla ripresa di flussi migratori che portano all’estero i giovani migliori della regione; giovani istruiti, laureati, professionalmente competenti, che cercano, come un tempo pur con modalità diverse, nel mercato globale occasioni di realizzazione professionale e di vita impossibili oggi non solo in Friuli Venezia Giulia, ma pure in Italia.
Temi e piste di lavoro interessanti per studiosi, ricercatori, narratori ma per noi tutti in quanto i cambiamenti sono stati radicali e una nuova realtà, o meglio coscienza ed esperienza dei fenomeni migratori si sta facendo strada. Non è questa la sede dove poter approfondire questi percorsi ma emerge forte la necessità di conoscenza sia delle dinamiche migratorie nel loro complesso intrecciarsi tra vecchio e nuovo e in particolare degli emigranti “classici”, sia dei nuovi “pendolari con la valigia”, come Angelica Pellarini li definisce in questo suo volume.
Tutto questo va inserito al fine di una giusta collocazione e comprensione entro un quadro che può essere riassunto in estrema sintesi in 10 punti:
1) i friulani sono diventati più “mobili”, cioè più propensi alla mobilità e non solo per lavoro: tanti giovani imparano a muoversi andando a studiare all’estero, facendo stage, o semplicemente spostandosi per turismo;
2) si va ancora all’estero per lavoro non solo al seguito delle grandi imprese friulane, quali – come è testimoniato anche dalle storie qui presentate – la Rizzani De Eccher o la Danieli, ma sempre di più per sfruttare al meglio la propria formazione intellettuale e professionale costruita in anni di studio e di formazione negli istituti e nelle università della nostra regione e non solo;
3) si sceglie di accettare un pendolarismo spaziale e temporale di media distanza al fine di poter provare a restare a vivere in Friuli che viene considerato un luogo dove la qualità della vita e del territorio è mediamente superiore ad altri luoghi;
4) anche il Friuli ha conosciuto rapidissimi cambiamenti, specie con la ricostruzione dopo il terremoto, verso la modernizzazione e la globalizzazione aprendosi, grazie alle nuove tecnologie, al mondo intero; questo ha cambiato modi di vita e di scelta dei propri percorsi di mobilità;
5) il Friuli oggi non è più una regione di emigrazione, ma, come abbiamo detto, meta di arrivo per tante popolazioni da tutto il mondo;
6) in questo contesto il Friuli e i friulani sono sempre più parte di un mondo complesso, fatto di continui scambi di persone, merci, capitali, idee, innovazioni. Basti pensare, ad esempio, al ruolo che ha avuto e che ha l’Europa con il libero mercato, l’abbattimento delle frontiere e la moneta unica;
7) il ruolo della comunicazione e dei nuovi strumenti di comunicazione è diventato fondamentale: la distanza non è più un problema. La lontananza è di fatto più sopportabile di un tempo in quanto Internet, Skype, MMS, SMS, telefonini e tecnologie varie permettono di essere in contatto continuo, di sentirsi, di vedersi, quasi di toccarsi, di rendere più sopportabile la distanza psicologica ed emozionale;
8) anche i mezzi di trasporto sempre più veloci rendono accettabile un pendolarismo su lunghe e talvolta lunghissime distanze;
9) la diffusione dei mezzi di comunicazione di massa ha favorito poi la conoscenza di popoli e Paesi diversi favorendo incontri, convivenze, matrimoni che si fanno sempre più transnazionali ed internazionali, ponendo in una prospettiva diversa concetti quali identità, appartenenza e più in generale cultura e lingua. Un nuovo friulano si sta affacciando all’orizzonte!;
10) le storie individuali, le biografie, i percorsi di vita e di lavoro diventano sempre più condivisi, meno personali e più pubblici, patrimonio collettivo di una coscienza comune di un essere popolo portatore di originalità e diversità e allo stesso tempo di una forte matrice identitaria e culturalmente marcata.
In questo complesso quadro si inserisce il lavoro di Angelica Pellarini che sviluppando precedenti percorsi di indagine narrativa raccolti nel volume La forza delle radici con i quali aveva raccontato l’emigrazione dal sandanielese, affronta, come suggeriscono il titolo e il sottotitolo – I pendolari della valigia. L’altra emigrazione: costruttori friulani nel mondo dagli anni Sessanta a oggi – l’emigrazione caratterizzata dalla pendolarità di medio e lungo periodo e soprattutto quella legata ai cantieri che proprio per la loro intrinseca natura hanno un inizio ed una fine e quindi con l’obbligo di rientro da dove si era partiti.
Il titolo richiama prepotente un termine simbolo e icona dell’emigrazione: la “valigia”. Un oggetto, ma forse anche un soggetto, della quotidianità dell’emigrante, dell’essenza stessa dell’essere migrante, anche se nei racconti e nelle storie di vita il riferimento puntuale alla valigia è quasi sempre assente, quasi a voler allontanare il momento temporale del distacco, della partenza, della difficile decisione del distacco da una terra, dagli amici, dalle persone amate. Anche nelle storie di vita qui raccontate, i riferimenti alla valigia sono pochissimi, ma delle piccole citazioni sono d’obbligo e utili per sviluppare le riflessioni successive. Ricorda infatti Giancarlo Mas, 72 anni: per scrivere a Tina dovevo prendere la mia valigia da sotto il letto e metterla sulle ginocchia perché non avevo né un tavolo né una sedia; e Andrea Quagliaro, 22 anni, aggiunge: sono un ragazzo che deve avere sempre la valigia pronta. Ma in questo racconti c’è anche la mitica valigia di cartone, contrapposta a quella moderna e tecnologica come ci dice Angelo Scarpa, 52 anni: io faccio parte di un’onda d’emigrazione successiva, quella degli anni Novanta e degli «emigranti con il computer», quelli che prendono l’aereo la sera e la mattina si ritrovano a destinazione dall’altra parte del mondo, nell’altro emisfero, a circa 9000 km da casa. Da questo punto di vista, sarebbe stato molto più interessante ascoltare i racconti dello spago della valigia di mio nonno.
Si intuisce da questi brevi accenni che la valigia, esplicitata o sottesa, pur in un contesto fortemente cambiato, resta simbolo della mobilità e del migrare, ma pure del viaggiare in senso più ampio. In fin dei conti del nostro modo di essere uomini destinati perennemente alla “mobilità” fin da quando, pur smettendo di essere nomade e insediatosi in villaggi stabili, l’uomo ha messo in essere la sua profonda necessità e volontà di spostarsi, di muoversi entro spazi sempre più ampi e dilatati. La “valigia” quindi come fatto antropologico e sociale, come elemento essenziale e filo conduttore della vita di Gianni, Marco, Martina, Carlo e Mirella, Alessandro, Giancarlo, Paola, Andrea, Orlando, Angelo e Clara, Giulio, Andrea, Mariangela, Gianpietro, Chiara, Giovanni, Andrea, Mario, Primo, Giancarlo che hanno voluto raccontare ad Angelica la loro storia di vita, la loro personale valigia piena di ricordi, di lavoro, di speranza, di amori, di fatiche, di illusioni, di partenze, di ritorni, di successi, di sconfitte, ma soprattutto di una grandissima forza vitale. E con loro e attraverso loro la suggestione ci porta a comprendere tutti i friulani che hanno preso la valigia e hanno raggiunto luoghi vicini o lontanissimi dai quali, oggi, altri prendono le valigie per raggiungere l’Europa, l’Italia, il Friuli: una speranza di vita. La “valigia” è quindi parte di noi, è un fatto privato e pubblico allo stesso tempo, è qualcosa di intimo, di personale, ma che può svelare a tutti le nostre dimensioni anche più profonde.
Ecco quindi una chiave di lettura interessante di questo lavoro profondo e non certamente facile, che Angelica Pellarini ha voluto con estrema caparbietà, mettendo insieme un campione rappresentativo di vecchia e nuova emigrazione con particolare attenzione al tema del costruire, dei cantieri, del saper fare manuale, tipico e caratteristico della tradizione artigianale friulana. Un campione faticosamente raccolto con la tecnica della “palla di neve”, che unisce giovani donne e uomini appena diplomati e laureati a vecchi periti e geometri della prima epopea dell’emigrazione post bellica nei cantieri delle grandi imprese italiane in Africa, in Australia ed in America Latina, a semplici ma eccezionali donne e uomini che hanno nelle loro innate capacità professionali la loro forza.
Il racconto di Angelica Pellarini mette insieme le storie di vita dei “pendolari della valigia”, raccolte con interviste dirette o tramite Skype, o ancora attraverso mail o lunghi scambi epistolari –come quella esemplificativa di Giancarlo Mas – dai quali emergono storie di donne e uomini, di giovani e anziani, di professioni e professionalità diverse, di percorsi appena iniziati o già conclusi, di chi è partito e rimasto per sempre nell’altrove, di chi invece è ritornato. Si intrecciano in questi racconti esperienze di lavoro, descrizioni di luoghi, di viaggi e di soste, ma prepotentemente e in forma esemplare di progetti di vita che legano le difficili scelte individuali e i legami che da mobili diventano stabili a condizionare nuove mobilità e nuove stanzialità. Alcune di queste storie sembrano romanzi salgariani per i luoghi dove si sono dipanate, altre scenari di città futuribili alla Blade Runner figlie di una società ipertecnologica, o figlie di una forte scelta di impegno civile e sociale come quella di Mariangela, o della spasmodica ricerca dell’America dream perseguita, come Andrea, fin da bambino, o ancora peregrinazioni da uno stato all’altro per poi, come quella di Orlando, approdare ad un faticoso rientro in Friuli.
I luoghi sono un atlante da sfogliare lasciandosi trasportare e viaggiare, come si faceva da bambini, con curiosità e fantasia alla scoperta di Paesi e terre lontane o che ormai non ci sono più: Unione Sovietica, Congo, Guinea, Australia, Zambia, Egitto, Terra del Fuoco, Cina, Pakistan, Venezuela, Dubai, Stati Uniti, Nepal, Sudan, Svizzera, Nigeria, Sud Africa, Turchia, Angola, Kenya, Russia…, e molti molti altri ancora in un caleidoscopio che ognuno può manovrare a proprio piacimento a formare itinerari tra un oceano e l’altro.
Non voglio proseguire oltre per non togliere al lettore il piacere di immergersi in queste grandi e piccole avventure che magistralmente sono riassunte dall’autrice in poche sintetiche parole che titolano le singole testimonianze: L’emigrante non ha terra; Quell’indicazione sul mappamondo; Lavoro, impegno, dedizione e anche qualche rischio; Se fossimo rimasti in Sudafrica…; Si lavorava da marzo a novembre…; L’uomo che salvava i cantieri: un titolo che da solo vale un libro.
Il lavoro di Angelica Pellarini, arricchito da tre racconti di Duska Kovacevic e da una postfazione della studiosa Desirée Pangerc si inserisce e costituisce un ottimo esempio di quel nuovo interesse verso i fenomeni migratori e la storia dell’emigrazione, che ho ricordato all’inizio di questa introduzione, inteso a rileggere e a riscrivere una parte fondamentale delle vicende del nostro Friuli con gli occhi dei protagonisti: le donne, gli uomini e i bambini che hanno preso in mano la valigia per partire, per tornare, per ripartire in una continua mobilità.
E per chiudere queste brevi riflessioni, invitando tutti a leggere in profondità queste “nostre” storie, mi affido alle parole della più giovane dei protagonisti, Clara, 9 anni, che vive nell’isola di La Réunion, una vera isola dell’emigrazione dove si va in piscina anche in inverno, non c’è la neve, solo un estate molto calda e un inverno anche lui caldo, visto che siamo al tropico. Il fatto che non ci siano stagioni mi da a volte fastidio, vorrei che ci fosse al meno un po’ di neve all’anno. Quando in Italia è inverno, qui c’è la « stagione » delle piogge, piove molto e fa molto caldo e umido. Orribile, però passo delle buone giornate, questa isola non è proprio male!!!

Mauro Pascolini
Geografo all’Università di Udine

 

Indice:

Introduzione di Giuseppe Morandini
Introduzione di Paolo Garofalo
Introduzione di Piero Pittaro
Una valigia, tante valigie: nuove e vecchie migrazioni di Mauro Pascolini

I pendolari della valigia

Ponti e ostacoli di Angelica Pellarini
Ponti e ostacoli di Duska Kovacevic
Quell’indicazione sul mappamondo… – La storia di Gianni Rojatti
Carlo Tuti
Giovanni Garimoldi
Mariangela D’Adamo
Mario Toppazzini
Giulio Lucchini
Paola Coletti
Andrea Travani
Chiara Fantini
Marco Merluzzi
Martina Rovera
Gian Carlo Macoritto
Orlando Mauro
Angelo Scarpa
Andrea Cecutti
Alessandro Fatovic
Gian Pietro Forgiarini
Andrea Quagliaro
Un ponte tra Friuli e Canada – La storia di Primo Di Luca
L’uomo che salvava i cantieri – Giancarlo Mas
Le anime dei luoghi di Duska Kovacevic
I pendolari della valigia di Desirée Pangerc
Poesia degli indiani d’America

 

Nota su Angelica Pellarini

Laureata in Lettere Moderne, per dodici anni ha lavorato come giornalista in quotidiani e periodici del Friuli Venezia Giulia, occupandosi di cronaca, salute, consumi, tecnologia alimentare. Ha diretto per tre anni l’Informafreemagazine, primo magazine free press locale. Appassionata di ricerche e storie vere, nel 2009 ha pubblicato il saggio La forza delle radici – L’emigrazione friulana nel Sandanielese con il contributo della Regione. Cantastorie e arteterapeuta con le fiabe della tradizione, diplomata a “La Voce delle Fiabe”, prima scuola italiana per Cantastorie.

 

 

 

 

 

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