I soli(ti) accordi – Carla Vettorello

vettorello


 

I SOLI(TI) ACCORDI

di Carla Vettorello

 

Samuele Editore 2014, collana Scilla, prefazione di Maria Milena Priviero

 
 
edizione in collaborazione con:
seidipordenonese2

 

 

 

 

 

 

 

Fin dalla prima lettura i versi di Carla Vettorello mi hanno riportato alla mente il saggio “Frammenti di un discorso amoroso” di Roland Barthes, per quel dirsi, quel raccontarsi qui, in frammenti di pensieri, immagini, memorie e sentimenti. è un colloquio intimo, un dialogo tra sé e sé continuo, attraverso il quale la poetessa si confronta e chiarisce il proprio sentire, per comunicare poi all’altro, agli altri un proprio discorso amoroso pieno, – tema centrale della raccolta –, inteso come amore che ama la vita, nonostante la vita.

Il dettato poetico ha toni pacati che si esprimono in una scrittura piana, breve e composta, talora epigrammatica, che non racconta un vissuto – che resta ai margini del discorso – , ma che pure si lascia intravedere qua e là nel percorso. L’uso preminente di affermazioni, più che di spiegazioni o giustificazioni, definisce la particolarità dello stile e del contenuto, che si avvalgono di una profonda e attenta riflessione: scaturiscono così improvvisi momenti di significativa intuizione lirica attraverso un dialogare sempre consapevole e plurimo di significato, rivolto a più interlocutori contemporaneamente, nel quale anche la poesia è uno dei soggetti. La sequenza quasi priva di titoli della raccolta, che privilegia la cronologia dei testi, suggerisce una sorta di abbandono alla scrittura, come un farsi della poesia e della vita. Un modo di rinviare forse al tempo la funzione di elemento determinante e risolutivo … c’è ancora tempo quando aspetti/ … e ti convinci che non aspetti invano, che si rivela con forza in queste davvero felici intuizioni  ...non c’è una stagione / in cui tutto matura insieme /… e vorresti che il tempo / fosse un lampo, un segno o una voce.

Si colgono nella poesia di Carla Vettorello note sparse di spaesamento per quella non appartenenza a un luogo preciso,  che non determina necessariamente un ripiegamento o un indulgere dell’animo ad un perenne isolarsi, ma che si traducono in un sentore d’arsura. Un’arsura che è mancanza, assenza, non già o non solo dell’oggetto, degli oggetti d’amore, siano essi persone luoghi o cose, quanto di un’antica sete non insaziabile, ma forse mai del tutto saziata, nonostante la presenza di quella nonna Uccia (o forse proprio per questo), esemplare testimone di un’epoca, che ha cercato di restituirle nei gesti e nelle parole, la sua memoria , ma anche il sentimento dell’esule.

(dalla prefazione di Maria Milena Priviero)

 
 
 
 

C’è un luogo dove le strade
sono le mie
di ricordi e di porfido
di salite e discese
di acque e di tigli,
di fiumi aperti e nascosti,
e piazzette discrete
e fabbriche d’un tempo,
palazzi incipriati e decorati,
osterie, borghi e scuole.
Qui sulle rive di Naon
la mia vita
continua a scorrere.
E a riempirsi.

 
 
 
 

Composta
 

Non c’è una stagione
in cui tutto matura insieme.
Chi prima, chi dopo diventa capace
del suo profumo e gusto migliore.
Prugne rosse impertinenti, uvetta secca
intristita nel sacchetto trasparente,
fili di cocco che ricordano la spiaggia da piccola,
banane insospettabili ampolle di profumo esotico,
un abbraccio generoso e grande di sciroppo di zucchero.
Colori e forme, profumi e aromi
che lego con lo zenzero, per i giorni di nebbia.

 
 
 
 

Le pietre della nostra agorà
non sentono che parole
poco utili di cittadini
di un luogo che
non ci appartiene
non ci assomiglia
non ci corrisponde.
Altrove parole sagge e pulite
cittadini con un’idea alta
capaci di confrontarsi.
L’agorà è altrove.

 
 
 
 

Vorrei portare il tuo zaino
darti anche il mio tempo
pur di vederti sorridere
subito, ancora ed oltre.
Ma è il lasciarti libero
anche di soffrire da solo
che crea il legame
più forte, tenace e utile.
Ogni frutto matura
con la sua terra
il suo sole ed il suo tempo.
E il mio tempo adesso
è quello dell’aspettarti.

 
 
 
 

Sei l’acqua
che mi accarezza la chiglia,
la fune che
mi aggancia al mondo,
la mia ancora
per poter stare
dove decido.
Sei anche il mio buio,
quello più profondo,
per la paura
di non ritrovarci più.

 
 
 
 

presentazione del libro:

sabato 30 agosto – villa Dolfin di porcia (Pn)

all’interno del festival VERDARTI

 
foglianomi
 
 
 
 

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